Acqua, schiuma e carta di credito

CAPITOLO I


L'incontro


Di certo non cercavo una lavatrice che decidesse per me. É stata la classe "A" a convincermi, la classe di efficienza energetica che fa sì che il tuo elettodomestico non consumi tanta corrente quanta è necessaria per una missione nello spazio. E anche le diverse visite ai grandi magazzini.

La prima l'ho vista da Vipiana, uno di quei grandi empori che espongono gli elettrodomestici tutti allineati. Io avevo solo due certezze: profondità 32 e mille giri di centirfuga. Almeno.


Il commesso al quale mi sono rivolta con la sicumera della grande esperta ha subito messo le cose in chiaro: "Signora, così strette non ci sono tanti modelli, solo due. E non sono in esposizione". Iniziamo bene, ho pensato. Poi lui da sotto il bancone ha preso i cataloghi e mi ha mostrato le foto.
Una era una Candy, Goy 105 bianca. Profondità 33 centimetri, larga 60 e 85 di altezza. Con 539 euro sarebbe stata mia. Beh, dovevo aggiungere 25 euro per trasporto e installazione e altri 19 per liberarmi della vecchia lavatrice, una Rex Pocket davvero tascabile, profonda solo 32 centimetri, che avevo infilato dappertutto. "Gliela partiamo noi in discarica " ha aggiunto certo di abbattere le mie ultime resistenze.


Oh Dio! Come farà ad entrare dentro l'armadio che ho fatto costruire su misura per la mia Rex. E se non ci stesse?
Ho visto il battente azzurro dell'armadio socchiuso, l'operaio che scuote la testa, la vecchia lavatrice sul pianerottolo e cartoni da imballaggio dappertutto. E me crocifissa dalla fretta. No. Non posso decidere adesso.
Allargo un sorriso al venditore e gli dico che ci penso, prima prendo bene le misure.

Eccomi in via Nizza, sola, stanca e senza certezze. Ma soprattutto con una montagna di roba da lavare.
Sì, perchè la vigliacchetta, si era rotta proprio al mio rientro dalle vacanze di Capodanno, cinque giorni tra Marsiglia e le Calanques a camminare tra rocce battute dal Mistral, un vento gelido che soffia da nord ovest.


Era domenica quando sono rientrata. Il mio zaino aveva già percorso più di mille chilometri su treni e bus di linea. Il taxista che mi ha portato a casa lo ha caricato un po' distrattamente sull'auto, guardandomi nello specchietto retrovisore mentre mi portava nella mia bella casa della Crocetta. A fine corsa lo ha scaricato soddisfatto e si è preso i 7 euro e cinquanta, tra corsa, supplemento festivo e bagaglio. Io l'ho raccolto e sono salita nel mio appartamento.
Poi con calma l'ho svuotato, ho diviso la biancheria in tre diversi mucchi: scuri, bianchi e delicati. Per questi ultimi già pregustavo un lavaggio lento con aggiunta di acqua all'esterno.
Così dal cestino della biancheria sporca ho preso le lenzuola che avevo lasciato alla mia partenza e le ho contaminate con i sudicetti arrivati dalla Francia. 
Ci ho impiegato qualche minuto per deliberare quale colore avesse la precedenza, mi sono fatta aiutare dalle previsioni meteo, non volevo che la pioggia mi sorprendesse con i panni stesi sul balcone constringendomi ad un frettoloso trasbordo all'interno che avrebbe penalizzato il mio parquet, mi sono preparata un caffè, orrendo causa lunga inattività della moka, e ho telefonato a Massimo per far sedimentare la mia decisione. Infine ho scelto. Sarebbero state le lenzuola rosse a godere del primo lavaggio del 2010, perciò ho riempito l'oblò della mia lavatrice e l'ho avviata. La vaschetta si è riempita in fretta portandosi dietro mezzo bicchierino di deterviso per capi colorati.

É stato mentre raccoglievo i due mucchi residui che mi sono accorta che qualcosa non andava. Il suono familiare del cestello non arrivava, al suo posto sentivo lo sforzo del motore che spingeva e rallentava a intervalli regolari di 15 secondi.
Tentava di partire, si sforzava e poi si interrompeva esausto.
Lo ha fatto diverse volte, non saprei dire quante, ma lo faceva. Caricava, spingeva e si fermava con un piccolo rimbalzo.
Allora sono andata in bagno, ho aperto le ante dell'armadietto e mi sono abbassata altezza oblò. Nello schermo stoffa viola bagnata solo a metà e ancora il rumore di una partenza soffocata. Non c'era alcuna spia a segnalarmi il malessere della mia lavatrice, solo silenzio interrotto dalle false partenze del cestello. Ho spento l'interruttore, poi ho girato la manopola sullo scarico e l'ho rimessa in moto. In pochi secondi l'ho liberata dall'acqua ancora fredda, ho aperto il vetro dell'oblò e ho provato a spingere il cestello a mano, ma qualcosa lo bloccava. Forse il ferretto di un reggiseno si era infilato nei buchi e gli impediva una partenza regolare? Chissà. Intanto per quel giorno avevo terminato il mio bucato. E anche per quelli successivi.

Ci ha pensato il telefono a formulare la diagnosi. Io ero a lavorare. A casa avevo lasciato la donna delle pulizie a ricevere il tecnico. Olga me lo ha passato verso le 5 del pomeriggio - "Cassandra è meglio che parli tu con il signore" mi ha annunciato con voce compassionevole: non si prospettava nulla di buono, ma ancora speravo che si trattasse solo di una complicazione, magari un pezzo di ricambio mancante. Invece no. I cuscinetti a sfera avevano smesso di assolvere la loro funzione. Bisognava portarla in magazzino cambiare tutto e poi rimontarla a casa. "Ci vogliono trecento euro." ha senteziato secco.


Ma come, senza un segnale, la mia lavatrice mi lasciava così?
Il dopo è stata una sincopata trattativa tra me e il tecnico. Non conviene farla aggiustare, quanto costa una nuova, aspetti che chiedo, ma quando arriva, vedo se ce l'ho in magazzino, ma è piccola così, sì signora è uguale alla sua, me la porta subito, no signora giovedì, come faccio non c'è nessuno, oggi non è possibile, è quella vecchia cosa ne faccio, gliela porto via, e quanto costa? 690 euro.
Oh Dio! No.
Signora che faccio, aspetti un momento, me lo deve dire adesso, no, voglio pensarci, allora? La richiamo io.

La mia Rex aveva smesso di esistere e mi aspettavano dieci giorni di panni sporchi da smaltire.


Le settimane addietro mi avevano lasciato in ordine il ferro da stiro che non scaldava più e il mio phon, che cadendo accidentalmente aveva divelto la ventola diventando inutilizzabile, e in ultima la mia lavapanni era defintivamente rotta.
Il 2010 non si apriva sotto i migliori auspici. Ed era solo martedì.
La sera stessa sono andata a fare il primo giro eplorativo da Vipiana. In dieci anni anni la tecnologia aveva fatto veramente passi da gigante. Mentre prima le lavatrici profondità 33 caricavano al massimo quattro chili, oggi potevo permettermi cinque chili, poi c'era il risparmio dell'acqua, il lavaggio anti allergia con acqua in esubero e modelli superammortizzati. Solo i costi avevano garantito continuità nel tempo: elevatissivi per gli eletrodomestici fuori misura. 
Lì avevo visto la Candy ultimo tipo che mi aveva stregato.


Il giorno successivo era l'Epifania, e io l'ho passata a guardare internet per confrontare prezzi. Un giungla. La comparazione era quasi impossibile, ai costi della lavatrice dovevo aggiungere spedizione, istallazione e smaltimento. E non ce ne era uno uguale. Se la spedizone era gratuita, te la lasciavono sotto casa e dovevi trovare qualcuno che te la portasse sù, poi un altro che te la installava, ma autorizzato, se no addio garanzia, e infine un terzo che ti liberava della vecchia macchina. E poi c'erano i tempi di consegna, almeno un mese. Eravamo sotto le feste e tutti i negozi on line erano chiusi per inventario.
E la biancheria si accumulava nel cestone.
Dovevo trovare un soluzione. Ma intanto avevo capito cosa volevo. Nei giorni seguenti il mio tempo libero lo trascorrevo nei negozi. Mi ero fatta una lista con le specifiche tecniche del mio elettrodomestico, dovevo solo comparare tempi e costi aggiuntivi.


Così è iniziata la corsa all'acquisto. Entravo nel reparto grandi elttrodomestici, puntavo l'addetto e gli chiedevo il modello dei miei sogni. Di solito non lo avevano, in magazzino tenevano solo un modello in genere diverso da quello che cercavo, e a ordinarlo ci voleva un mese. Ero proprio sconfortata.


Era già venerdì quando da Uniero ho visto la Hoover VHD 33.
Era ancora di più di quanto desiderassi. Milleduento giri regolabile e supersilent. Con dei pannelli fonoassorbenti che la rendevano “la più silenziosa della sua categoria”. Non avevo mai visto niente di simile in così poco spazio. Certo il prezzo non era economico, ma le caratteristiche la rendevano veramente speciale. Mi sono avvicinata e l'ho osservata con attenzione, ma in cuor mio avevo già deciso. Quell'oblò così grande e posizionato più in alto delle altre, il display multifunzione e tutti quei tasti; ce ne era per ogni bucato: lo stiro facile, stop allergia, il woolmark, partenza ritardata, molto sporco e il sistema fuzzy logic, che permette alla macchina di decidere il programma migliore per il suo carico. Ho guardato la scheda tecnica appoggiata sul piano e si allungava una sfilza di classe A + sull'efficienza energitica, sull'efficacia del lavaggio e pure la centrifuga non scherzava, regolabile da zero a 1200 giri. E quei pannelli fonoassorbenti sulle pareti laterali. La volevo.
Certo 590 euro non erano proprio un'offerta, ma li valeva tutti.
"Quando me la potete consegnare?" ho chiesto interessata - Anche martedì - mi ha risposto. Bene la prendo.
Sono uscita soddisfatta dal negozio certa di aver fatto il miglior acquisto; nel frattempo avevo comprato anche il phon e il ferro da stiro, e, visto che c'ero, pure l'ipod che desideravo da un po'. Maledetta carta di credito.
Il mio week end l'ho passato nella loundrette insieme agli extra comunitari per smaltire un po' di bucato.

Il lunedì il servizio consegna non mi aveva ancora chiamato per fissare la consegna e la mia ansia cresceva. Io volevo la mia lavatrice e soprattutto speravo ancora una volta di delegare Olga e risparimiare un giorno di ferie.


Finalmente arriva l'attesa chiamata. L'abboccamento era stato fissato per venerdì. Molto bene. Un paio d'ore di permesso e un pomeriggio per provarla. Ero in sollucchero. I giorni sono passati lenti senza che concludessi niente. La mia mente era tutta orientata a venerdì.
Alle 10 50 sono uscita dal lavoro e mi sono diretta a casa, solo la tappa dal lattaio ha distolto la mia attenzione. Dovevo pur sopravvivere nell'attesa e il caffelatte era il viatico per la giornata.
All'una il campanello mi ha annunciato l'arrivo del mio nuovo elettrodomestico. Stavo per mettermi a tavola e l'istallatore ha interrotto il mio desco.


Lei è arrivata arrivata dalle scale vestita nylon trasparente e polistirolo bianco. Ho aperto entrambe le ante della porta di ingresso e l'ho fatta entrare. Due uomini l'accompagnavano, uno anzianotto, che si capiva essere esperto, l'altro più giovane, che poi ho scoperto essere il figlio.
"Dove la mettiamo?" mi ha chiesto il più vecchio. L'ho accompagnato in bagno e gli ho indicato il posto, poi sono uscita. Non volevo assitere alla dipartita delle vecchia Rex, perchè io ero già pazza per la Hoover. La scrutavo per indovanirne la forma, ma non riuscivo a immaginarla dentro l'armadio.
L'operazione di accompagnamento è durata un'oretta.
Alla fine il signore anziano mi ha convocato in bagno: “Non ci sta, vede non riesco a montare la porta dell'armadio”.
E quello che temevo si è realizzato. La mia nuova Hoover VHD 33 non entrava nell'armadio che aveva ospitato la vecchia Rex. Avevo preso le misure almeno sette volte, sia con il metro da sarta, sia con quello da muratore, molto più attendibile. Cosa avevo sbagliato?
L'uomo mi guardava dispiaciuto, io osservavo l'esuberante lavatrice e non mi capacitavo della differenza. Allora ho infilato la testa dentra l'armadio e ho scrutato il retro: fili e tubi collegavano l'elettrodomestico alla parete. Il raccordo del tubo di carico dell'acqua, era l'indiziato numero uno, prominente e a gomito, piegato verso sinistra, costringeva la lavatrice ad avanzare verso l'esterno.
Ho tirato fuori la testolina e, con aria vittoriosa, mi sono rivolta all'uomo:
Guardi che deve sistemare il raccordo in verticale, dentro la scannalatura” spiegai all'instalaltore facendo segno con la mano “così guadagniamo un po' di spazio”.
Lui non tentò neanche di difendersi, aveva capito che si trovava di fronte a un osso duro, perciò con aria accondiscendete armeggiò sul retro seguendo le mie indicazioni. La lavatrice indietreggiò un po', non moltissimo, ma quel tanto che bastava a montare la porta e chiuderla. Un feltrino che avevo in casa fece il resto per proteggere le bizzarrie della centrifuga.
La Hoover aveva trovato una nuova casa.
L'ultimo saluto alla Rex e le firme ci circostanza per la garanzia e mi ritrovai da sola con lei.
Avevamo tanti lavaggi davanti a noi.
Per prima cosa divorai il libretto istruzioni, non volevo fare sciocchezze. Da subito ho capito che dovevo solo darle delle indicazioni di massima, tipo di tessuto e quantità di sporco, e lei decideva il programma. Anzi. Durante il lavaggio si riprogrammava. E tanto altro ancora.
Impaziente ho deciso per il mio primo lavaggio. Avrei sperimentato quello brevissimo: 14 minuti e tutto sarebbe stato pulito. I risultati non erano male.
(continua...)